L’On. Valentina Aprea: «la riforma affronta innanzitutto il tema della scarsa attrattività dei percorsi ITS»

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DISCUSSIONE ALLA CAMERA RIFORMA DI LEGGE SUGLI ITS- ON. VALENTINA APREA

«A noi è capitato di vivere il vero inizio del Ventunesimo secolo che, come sostiene l’economista francese, Éloi Laurent, potrebbe essere cominciato proprio il 7 aprile del 2020 perché, quel giorno, più della metà della popolazione mondiale, quasi 4 miliardi di persone, è stata confinata in casa da un centinaio di governi, in più della metà dei Paesi del mondo. Quel giorno abbiamo compreso che non basta più il progresso ma, se siamo interessati a più salute, più istruzione, più crescita, più lavoro e più cooperazione sociale, è necessario il cambiamento per reinventare gli ecosistemi, oggi in pericolo, e soprattutto che non è più possibile mantenere le organizzazioni sociali del Novecento, tra cui quelle dedicate all’istruzione e alla formazione tecnica e professionale.

I cambiamenti intervenuti nella fase emergenziale, determinati dalla pandemia, hanno comportato e comportano insomma un’accelerazione verso un futuro che potrà essere ricco di nuove opportunità di vivere, lavorare e studiare, se si saprà fare un uso più ricorrente, decisivo e organizzato innanzitutto delle tecnologie. Allora occorre avviare per tempo una trasformazione dei luoghi, dei modi e dei tempi dell’apprendimento per tutte le età, lifelong learning, mentre avviamo la ripresa con il PNRR.

Nel nostro Paese, abbiamo certamente eccellenze verticali perché abbiamo grandi menti, grandi talenti e grandi università ma ci manca la diffusione della cultura scientifica e tecnologica perché i luoghi destinati all’apprendimento sono troppo pochi e troppo di élite, università e centri di ricerca, mentre, proprio come avviene già in tanti Paesi europei, come la Germania e la Francia ma anche la Spagna, abbiamo bisogno di costruire una filiera tecnologica e professionale che sia finalizzata alla formazione di tecnici specializzati 4.0.

L’istruzione terziaria professionalizzante è infatti una realtà largamente diffusa in molti Paesi europei mentre per l’Italia la quota di popolazione interessata si mantiene al momento su valori piuttosto contenuti.

Nello scenario europeo la formazione tecnica superiore fa parte a tutti gli effetti del sistema ordinamentale dell’istruzione e, come tale, gode di fondi stabili e dedicati. Il mondo dell’impresa è sempre presente negli organismi direttivi o consultivi delle istituzioni formative ed è parte attiva nella gestione dei processi di programmazione, gestione e controllo delle attività condotte; il titolo conseguito nelle università professionali in Svizzera, nelle università di arti e mestieri di Germania e Finlandia è riconosciuto nel mercato del lavoro sul piano contrattuale, in base alle diverse legislazioni vigenti, nazionali o federali. Le istituzioni formative rispondono a criteri di forte specializzazione e sono dislocate prevalentemente presso aree produttive a spiccata vocazione settoriale; l’alternanza formativa è sostenuta ed accompagnata da figure specializzate, spesso provenienti dal mondo delle imprese e si giova di attrezzature e laboratori situati anche all’interno delle aziende; la terziarizzazione del settore si estende al corpo docente, presente nell’istituzione formativa che beneficia di un percorso di carriera specifico e regolato; l’ingresso nel mondo del lavoro da parte di questi tecnici così formati nei Paesi europei è favorito da servizi di placement nei quali le imprese svolgono un ruolo di componente attiva ed essenziale; l’attrattività di questi percorsi tecnico-professionali europei consiste proprio nell’essere un indirizzo di studi post diploma, caratterizzato da un orientamento professionalizzante e dal carattere applicativo dei contenuti didattici.

In Italia, non partiamo da zero, visto che, negli ultimi vent’anni, non sono mancati piani di sviluppo di percorsi di IFTS, ma soprattutto di ITS, quindi di specializzazione terziaria più prevalentemente professionalizzante, nel primo caso, e di specializzazione nelle tecnologie più avanzate, nel secondo caso (gli ITS). Non abbiamo tuttavia mai realizzato un vero e proprio sistema terziario della filiera tecnologica e professionale, anche se, in alcune regioni d’Italia, si è registrato, soprattutto negli ultimi dieci anni, un vero e proprio sviluppo di percorsi qualificati nelle aree strategiche dello sviluppo del Paese.

Nonostante ciò, l’Italia continua a soffrire gap molto forte tra ciò che si studia e ciò che serve al mondo produttivo. Siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa, ma 7 giovani su 10 delle scuole superiori non lo sanno, e non scelgono, dopo il diploma, un percorso appunto ITS, che in due anni garantisce una formazione sul lavoro di alta qualità e che, in 8 casi su 10, permette di entrare stabilmente in un mercato sempre più competitivo. In questo senso, c’è innanzitutto un problema di orientamento, l’higher VET italiano insomma ancora non c’è, anche se dal 2010 è possibile intraprendere un tipo di scuola ad alta specializzazione tecnologica, rappresentata dagli ITS. Attualmente, le fondazioni si distribuiscono su sei aree tecnologiche, articolate in una pluralità di ambiti. Il numero più elevato di fondazioni ITS appartiene all’area nuove tecnologie per il made in Italy (36,5 per cento del totale), gli ITS afferenti all’area tecnologica della mobilità sostenibile risultano presenti con una percentuale del 18,3 per cento, quelli dell’efficienza energetica con un 14 per cento, le tecnologie innovative per i beni e le attività culturali con un 12,9 per cento, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione con un 10,7 per cento, gli ITS delle nuove tecnologie della vita con 7,5 per cento.

La prima criticità che emerge da questi dati è che si scorgono differenze piuttosto forti tra le diverse regioni nell’implementazione dell’istruzione tecnica superiore: la Lombardia è la regione che ha promosso il maggior numero di fondazioni (18), seguita ad una certa distanza da Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto; nelle altre regioni, l’istruzione tecnica superiore costituisce una realtà quantitativamente meno rilevante, a fronte di più evidenti bisogni formativi, soprattutto in relazione all’alta percentuale di disoccupazione giovanile e femminile. Per tutte queste ragioni, sconcerta tuttora il basso numero dei diplomati dei nostri ITS, pari a 2.601 nell’ultimo anno, cioè solo l’1 per cento degli iscritti nel livello terziario fa percorsi diversi da quelli universitari. In particolare, inquieta ancora il dato che ben il 64,2 per cento degli iscritti appartiene a istituti situati nel Nord Italia, solo il 19,1 per cento al Centro e il 16,7 per cento nel Sud e nelle isole.

Non tutti i nostri giovani sanno essere dei tecnici specializzati 4.0; non sono stati formati per esserlo, da poco lo sono in un numero molto ridotto e, quindi, noi dobbiamo incrementare questo aspetto della formazione. Dobbiamo innanzitutto, come detto in modo esplicito dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, passare dall’1 per cento ad almeno il 20 per cento, incrementando in modo significativo gli iscritti a questa offerta formativa post secondaria, non universitaria, professionalizzante, seguendo appunto i modelli delle realtà europee già ben rodate, come le IUT in Francia e le storiche scuole professionali tedesche, quasi inarrivabili al 35 per cento di iscritti di studenti. I numeri dei tecnici nei Paesi europei sono infatti questi: oltre 750 mila in Germania, oltre 500 mila in Francia, oltre 400 mila in Spagna, oltre 250 mila in Inghilterra; 20 mila diplomati ITS ogni anno deve essere un traguardo minimo da raggiungere, perché, a fronte di una disoccupazione giovanile e femminile sempre più crescente – un giovane su tre è disoccupato -, è paradossale che le nostre aziende non trovino un tecnico su tre. E, mentre riformiamo questo segmento, realizzando un vero e proprio sistema terziario non accademico, dobbiamo rilanciare quelli che si sono rivelati essere i punti di forza degli ITS, il raccordo con il mondo del lavoro, che vede già ora un partenariato delle fondazioni ITS costituito per il 37,4 per cento da imprese, in un coinvolgimento nelle attività di stage di circa 2.500 aziende, di cui quasi la metà sono piccole e medie imprese; e, ancora, il 69,4 per cento dei docenti proviene da imprese operanti nei singoli settori. Occorre ora un vero e proprio colpo d’ala, che ridefinisca la missione e l’organizzazione dell’intero sistema di istruzione e formazione tecnica superiore, dando nuovi assetti più efficaci e persino più ambiziosi, ma avendo attenzione prima di tutto al superamento di tutte le criticità che sono emerse in questi anni.

E veniamo alla proposta di riforma. Partita dalla proposta di legge n. 544, che ha visto nel corso dell’iter in Commissione cultura l’abbinamento di più proposte di legge presentate da tutti i gruppi parlamentari, convergenti sullo stesso tema, la riforma affronta innanzitutto il tema della scarsa attrattività dei percorsi ITS, che sono stati vissuti finora dalle famiglie e dagli studenti come una prosecuzione dell’istruzione tecnica. Quindi, non vengono scelti proprio da quegli studenti che, avendo talento tecnologico e avendo voglia di studiare, preferiscono fare percorsi accademici oppure cominciare subito a lavorare, ma senza una specializzazione con una professionalità limitata.

Abbiamo per questo operato innanzitutto un rebranding, proponendo di denominare gli ITS come Accademia per l’istruzione tecnica superiore, ovvero ITS Academy, conservando quindi l’acronimo ITS, in modo da comunicare immediatamente che si tratta di percorsi del terzo millennio, dove tutte le forme di tecnologie fino all’intelligenza artificiale sono ricomprese e svolte in luoghi dedicati – oggi mancanti -, che dovranno diventare centri tecnologici avanzati, per il conseguimento di qualifiche professionali 4.0, per il made in Italy, secondo gli standard europei e per sviluppare su binari paralleli i temi dell’innovazione e della formazione.

Il raccordo tra i due assi dell’innovazione e dell’education deve produrre un vero e proprio vivaio per lo sviluppo delle professionalità per il manifatturiero avanzato e caratterizzare i centri come ITS Academy 4.0.

Inoltre, i centri tecnologici dovranno costituire anche luoghi di placement per i giovani in uscita da questi percorsi. La legge punta, proprio per questo, ad esasperare e stressare quasi il coinvolgimento delle imprese per dare molto più spazio e potere vocazionale alle aziende. Insomma, gli ITS Academy saranno quel luogo in cui non saranno definiti una volta e per sempre i percorsi di formazione, ma dove sarà l’innovazione a suggerirne di nuovi. Meno burocrazia, più innovazione, più occupazione, più occupabilità, soprattutto più laboratori didattici innovativi STEM per il raccordo con le imprese e per appassionare i giovani a quella che sarà la tecnologia di oggi e di domani e, quindi, arrivare a formare le competenze per la fabbrica intelligente. In questo senso, gli ITS Academy devono diventare veri e propri luoghi di open innovation, dove le imprese e i centri di ricerca mirano a generare nuove idee di impresa, partendo da contesti formativi.

La legge di riforma, pertanto, di cui oggi parte l’iter di approvazione in quest’Aula, ridefinisce la mission degli ITS quale parte integrante del sistema di istruzione terziaria, ne marca il ruolo di Istituti superiori per la formazione tecnologica, accanto alle università e all’AFAM, con una distinta e autonoma identità. Mantengono la loro natura giuridica di fondazioni di partecipazione pubblico-privata, rafforzando la partecipazione delle imprese, soprattutto di quelle piccole e medie, e dei centri di ricerca pubblici e privati. Sono stati previsti raccordi di sistema con i piani di innovazione tecnologica, gestiti dalle amministrazioni centrali, a partire dal piano “Industria 4.0” e dal PNRR.

Gli ITS Academy saranno, inoltre, connotati visibilmente dalla filiera tecnologica di appartenenza: quelle che sono già attive, come l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, le nuove tecnologie della vita, le nuove tecnologie per il made in Italy, i servizi alle imprese e al no-profit, il sistema agroalimentare, il sistema casa, il sistema meccanica, il sistema moda e un’attenzione all’alto artigianato artistico, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, tecnologie innovative per i beni e le attività culturali, turismo, e quelle che saranno individuate con apposito decreto del Ministro dell’Istruzione, di concerto con i Ministri dell’Università e della ricerca, dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle politiche sociali, dell’Economia e delle finanze, d’intesa con la Conferenza Stato-regioni, per soddisfare i bisogni formativi indotti dalla realizzazione dei piani di intervento previsti dal PNRR, con particolare riferimento alla transizione digitale, anche ai fini dell’espansione dei servizi digitali negli ambiti dell’identità, dell’autenticazione, della sanità e della giustizia, all’innovazione, alla competitività, alla cultura, alla rivoluzione verde, alla transizione ecologica, alle infrastrutture per la mobilità sostenibile.

Con riferimento, invece, alla stabilità e all’adeguatezza dell’offerta, con questa legge di riforma si supera la precarietà dell’offerta formativa, legata, sino ad oggi, ai bandi regionali e ai fondi prevalentemente europei e si prevede un apposito capitolo di spesa nella legge di bilancio, dotato di congrue risorse e strumenti fiscali per intercettare risorse private crescenti nel tempo.

Viene confermato l’obbligo di cofinanziamento da parte delle regioni con risorse, almeno il 30 per cento, iscritte stabilmente nei propri bilanci.

Si prevede, inoltre, con il finanziamento straordinario previsto nel PNRR, di dotare gli ITS Academy di laboratori tecnologici avanzati, idonei a essere utilizzati per lavorazioni, servizi per conto terzi e, soprattutto, per le piccole e medie imprese del territorio. I relativi proventi possono accrescere significativamente le risorse degli ITS Academy e aumentarne l’interconnessione con le imprese.

L’investimento pubblico complessivo mira ad implementare fortemente l’offerta formativa per superare progressivamente il mismatch tra domanda e offerta di lavoro di tecnici superiori con elevata specializzazione tecnologica, a raggiungere, nel primo triennio di applicazione della legge di riforma, almeno 20 mila giovani all’anno. Per rendere stabile l’offerta formativa degli ITS, la legge prevede di dotare gli stessi di un nucleo essenziale di personale che presti la sua opera in modo continuativo.

La legge di riforma degli ITS Academy indica, inoltre, i criteri generali per l’istituzione degli stessi attraverso un sistema di accreditamento nazionale, definito di intesa in sede di Conferenza Stato-regioni, per definirne gli aspetti caratterizzanti. Tutto questo, naturalmente, con i diversi criteri, che erano già presenti nel DPCM 2008, che vengono ripresi.

La legge individua anche gli strumenti per la sua attuazione attraverso norme di carattere non regolamentare e, soprattutto, linee guida, adottate di concerto tra MIUR, MI, MiSE e MEF, previa in sede di Conferenza Stato-regioni.

Molto importante – ancora una volta, ribadiamo – è il coinvolgimento delle imprese, delle parti sociali, delle amministrazioni di settore, salute, mobilità sostenibili, innovazione tecnologica, ambiente, agricoltura, turismo e coordinamento delle regioni. Insomma, con questa nuova organizzazione del sistema di istruzione e formazione tecnica superiore, in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ridefinisce la missione degli ITS e degli IFTS, si intende promuovere e rilanciare la diffusione della cultura scientifica e tecnologica per raggiungere i livelli già presenti e conseguiti da gran parte dell’Europa, come è stato ricordato all’inizio di questo intervento, ma anche l’orientamento permanente dei giovani verso le professioni tecniche e tecnologiche e l’informazione delle loro famiglie, attraverso programmi pluriennali comprendenti percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento anche nella forma di percorsi esperienziali. Poi, aggiornamento e formazione in servizio dei docenti di discipline scientifiche, tecnologiche e tecnico-professionali della scuola e della formazione professionale. Soprattutto, rafforzare le politiche attive del lavoro per quanto attiene alla transizione dei giovani dalla formazione al mondo del lavoro attraverso la promozione di organici raccordi con gli enti che si occupano della formazione continua dei lavoratori nel quadro dell’apprendimento permanente per tutto il corso della vita. Infine, realizzare, tutte le volte che sarà possibile, il trasferimento tecnologico soprattutto alle piccole e medie imprese.

L’approvazione di questa legge rilancia, quindi, tutta la formazione tecnologica non accademica, inquadrandola in una logica di sistema necessaria per sostenere, con capitale umano qualificato, tecnici 4.0 e l’attuazione delle riforme previste dal PNRR, che determineranno un’accelerazione nella modernizzazione dei settori pubblici e privati di progettazione e produzione, per garantire un livello sempre più elevato di benessere diffuso e di qualità dei servizi. L’istruzione deve fare la propria parte. Questo è il momento di cambiare, aggiungendo ai tradizionali canali di formazione, quali la scuola e l’università, questo terzo canale tutto tecnologico, trasversale ai diversi settori, che si caratterizzerà proprio per le alleanze che, di volta in volta, saprà ricercare nel mondo dell’impresa, della scuola, dell’università e della ricerca, rimanendo, però, sempre filiera tecnologica autonoma e terza rispetto alle filiere dell’istruzione già esistenti. Auguro per questo al Governo e alle regioni un buon lavoro per arrivare in tempi brevi ad attuare questa legge. Soprattutto, buona fortuna alle nuove generazioni di tecnici 4.0, che dovranno accompagnarci, con gambe solide e sguardo al futuro, nel terzo millennio. Infine, Presidente – e sono davvero alla conclusione -, vorrei concludere con una nota personale (mi sembra importante e doveroso).

Dedico questo mio lavoro politico al presidente Berlusconi, che ha sostenuto l’istituzione di una filiera professionalizzante nel nostro Paese fin dal varo della legge n. 53 del 2003, e ai miei genitori, Gianni e Carmen che, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, contribuirono, con tenacia e non senza difficoltà, ad istituire allora l’istruzione tecnica professionale superiore in Puglia, di pari dignità – almeno così era nelle loro intenzioni – del canale liceale.

Docente visionario e sindacalista, mio padre Giovanni affiancò in questo progetto politico e istituzionale l’onorevole Aldo Moro che fu anche Ministro dell’istruzione in quegli anni, e l’onorevole Beniamino Finocchiaro, del Partito socialista italiano e della Commissione cultura, insieme a tanti docenti e dirigenti illuminati del Mezzogiorno di quel tempo, che vollero impegnarsi per il riscatto del Sud.

Carmen, giovane docente di lingua inglese, scelse di dedicarsi all’insegnamento dell’inglese tecnico, un’assoluta novità per la scuola italiana (e non dei licei).

Le opere di mio padre Gianni appartengono ormai alla storia familiare, a quella del sindacato autonomo che fondò e, soprattutto, alla storia dell’istituto industriale “Marconi” di Bari. Carmen, mia madre, oggi novantenne, che ho salutato questa mattina e che ha seguito con lucidità il lavoro frenetico di queste ore per migliorare la legge, mi ha incoraggiata ad andare avanti, dicendomi: “Fate presto, avete perso già troppo tempo”.

Ecco, Presidente, concludo il mio intervento con le sue stesse parole, che rivolgo all’Aula: facciamo presto, abbiamo già perso troppo tempo»

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